Un anno fa l’Inter sembrava al capolinea. Oggi alza la testa con una doppia corona e una serenità nuova: la mano di Chivu si vede nelle pieghe delle partite, nei dettagli, nelle scelte. E nel coraggio di superare il maestro senza proclami.
È curioso come girano le stagioni. A fine maggio 2025 il popolo nerazzurro era ancora frastornato: tre obiettivi sfumati in fila, l’addio di Simone Inzaghi dopo due finali di Champions, l’ansia di un’estate lunga. In mezzo, un Mondiale per club da onorare e mille voci. Perfino una trattativa con Cesc Fàbregas come allenatore. Poi, in 24 ore, la scelta che sposta tutto: Cristian Chivu.
Chi l’aveva seguito a Parma aveva già intuito qualcosa. Squadra in difficoltà, poche settimane a disposizione, idee pulite. Non servono frasi scolpite nel marmo per riconoscere un tecnico: bastano allenamenti coerenti e un gruppo che si stringe. All’Inter è successo questo. Non subito, non per magia. Ma con metodo.
Si fa presto a dire “doppietta”. Vincere insieme scudetto e Coppa Italia è roba da élite. L’Inter ci riesce al primo anno di Cristian Chivu. E qui arriva il confronto che punge il tifo: al primo giro, neppure José Mourinho centrò il bis. Scudetto sì, poi l’anno dopo il Triplete del 2010. È lì che si accende il parallelo. Chivu c’era da giocatore; oggi, in panchina, firma una pagina che pesa.
I numeri aiutano a mettere a fuoco. Il derby d’Italia allunga il bilancio: Inter avanti 21-19 negli scudetti, 10-5 nelle Coppe Italia, 3-0 nei “doblete” rispetto al Milan, che questa impresa non l’ha mai chiusa. Davanti, nella storia globale, la Juventus guida con sei doppiette (quattro nel primo quinquennio di Allegri). Poi ci sono il Grande Torino del 1943, il Napoli di Maradona nel 1987, la Lazio di Eriksson nel 2000: timbri rari, da collezione.
Il bello è che l’Inter non si è limitata a vincere: ha costruito margine. In campionato, i due incroci con l’avversaria di finale erano finiti 2-0 e 3-0. Si è chiuso con un 7-0 complessivo sulla stagione. Dentro la partita che decide, le gerarchie non si rovesciano: Lautaro segna, Dumfries apre l’autostrada a destra, Barella non si ferma un attimo, i centrali puliscono tutto. Quando la squadra forte resta umile, le trappole non scattano.
Cosa ha fatto Chivu, in concreto? Ha semplificato. Ha chiesto linee corte, pressione ragionata, ampiezza pragmatica. Ha tolto rumore intorno ai giocatori chiave e ha dato minuti a chi stava meglio, senza gerarchie rigide. Ha tenuto viva una memoria tattica consolidata e l’ha aggiornata in corsa. Non è un manifesto, è manutenzione d’élite.
Resta una macchia, sì: l’eliminazione europea col Bodø/Glimt. Va studiata e digerita, perché le cicatrici insegnano. Il futuro chiama: numeri da ritoccare in rosa, qualche veterano da sostituire, due-tre innesti di livello per restare in cima. Oggi, però, è tempo di riconoscere il sorpasso simbolico: nella sua prima stagione, Chivu ha già fatto ciò che a Mourinho, da debuttante in nerazzurro, non riuscì.
Alla fine, il calcio è questo: riconoscere un momento quando lo vivi. E chiedersi, mentre i cori sfumano, quanta strada può ancora correre un’Inter che ha rimesso l’orologio sull’ora giusta.
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