Roma respira aria di passaggi di testimone: una sala piena, taccuini aperti, sguardi che si incrociano. È qui che l’era Malagò comincia davvero, nel primo consiglio che vuole rimettere il calcio italiano in rotta.
C’è un dettaglio che pesa più degli slogan: a Roma sono presenti tutte le componenti. Dalle Leghe professionistiche alla LND, fino ai rappresentanti di calciatori, allenatori e arbitri. È una foto semplice, ma parla chiaro. Il primo Consiglio presidenziale guidato da Giovanni Malagò si apre con il gesto più politico che esista nello sport: sedersi allo stesso tavolo.
Su un punto è giusto essere chiari. Al momento non è stato diffuso un ordine del giorno completo e alcune formalità sono ancora in via di definizione. Ma il segnale è netto. L’FIGC inaugura una fase in cui metodo e visione contano quanto i nomi. E la scelta di Roma, cuore istituzionale, non è casuale.
In sala ci sono i punti cardinali del sistema: Serie A, Serie B, Lega Pro, dilettanti, tecnici, arbitri, atleti. Una platea che, nel quotidiano, difende interessi diversi. Metterli in dialogo non è folclore, è struttura. Parliamo di un movimento con oltre un milione di tesserati e circa dodicimila società diffuse sul territorio. Un mondo che va dall’oratorio agli stadi internazionali.
In passato, i momenti di frizione non sono mancati. Basti pensare ai nodi su format dei campionati, licenze nazionali, calendari compressi. O alle sfide del calcio femminile, diventato professionistico in Serie A dal 2022. O ancora all’uso del VAR, entrato stabilmente in Serie A dal 2017 e oggi parte della grammatica arbitrale. Questo è il contesto in cui il nuovo corso prova a farsi spazio.
E qui arriva il centro del discorso. Il punto non è annunciare una riforma al giorno. Il punto è decidere un metodo: obiettivi misurabili, tempi certi, responsabilità chiare. È la promessa implicita dell’era Malagò così come molti l’hanno battezzata: meno proclami, più verifiche.
Cosa ci si può aspettare, con realismo? Tre binari. Primo: governance e regole. Trasparenza nei conti, criteri uniformi per le iscrizioni, incentivi a chi investe nel settore giovanile. Secondo: sostenibilità. Piani per ridurre i costi fissi, strumenti di controllo soft ma efficaci, dialogo con il mondo bancario. Terzo: identità tecnica. Centri federali, formazione degli allenatori, qualità dei vivai, continuità per le nazionali.
Nessuna bacchetta magica, quindi. Ma scelte tracciabili. E storie concrete da cui ripartire. Il piccolo club che rifà il campo e raddoppia le iscrizioni in due stagioni. La società di B che punta su under italiani e si salva con i conti in ordine. La squadra femminile che porta allo stadio famiglie e scuole, creando comunità oltre i risultati.
A Roma, oggi, il messaggio suona così: il calcio italiano non vuole più vivere di emergenze. Vuole regole chiare e una rotta condivisa. Non tutto sarà immediato, e alcune decisioni richiederanno mediazioni faticose. Ma la presenza di tutte le componenti è già una scelta. Dice che ci si assume il rischio del confronto.
Alla fine, resta un’immagine: una porta che si apre e un corridoio lungo, da percorrere insieme. La domanda è semplice e impegnativa: saremo capaci di trasformare un consiglio in un’abitudine, e un’abitudine in cultura?
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