Nasce un Club di Tifosi del Venezia Calcio nel Carcere Lagunare: Unione e Passione Oltre le Sbarre

Dentro il carcere, la domenica ha un suono diverso: radioline accese, una tv in comune, colori arancioneroverdi che spuntano dai quaderni. È la città che entra, e resta.

La scena è semplice. Un commento alla radio, due battute sul modulo, una pacca sulla spalla. Dietro una partita c’è molto più del risultato. C’è la voglia di appartenere. Per qualcuno, è l’unico filo che tiene unita la giornata. In un istituto penitenziario affacciato sulla laguna, la passione per il Venezia Calcio si è fatta rito: appuntamento fisso, piccoli gesti, rispetto delle regole. La stanza comune si scalda. Qualcuno porta il caffè della sera. Qualcun altro si siede in fondo e ascolta in silenzio, come in chiesa.

Fuori, la città respira calcio. Lo stadio Penzo, sull’Isola di Sant’Elena, è un’icona fragile e tenace. La promozione in Serie A ha rincuorato i tifosi, sparsi tra calli e isole. Dentro, quel respiro arriva attutito. Ma arriva. Non ci sono bandiere al vento, solo matite e cartone. Si disegnano sciarpe, si scrivono cori, si scambiano statistiche. La squadra diventa pretesto per parlare, per ridere, per fare pace dopo una discussione.

A metà stagione, quando la routine è ormai sigla, è successo qualcosa di nuovo. Con il via libera della direzione e il supporto degli educatori, è nato un piccolo club interno di sostenitori. Niente formalismi inutili. Una carta di poche righe, parole chiare: rispetto, zero insulti, zero discriminazioni, ascolto reciproco. Chi partecipa si impegna a tenere quel tono. La partita è scusa e strumento. È collante e palestra.

Come nasce un club oltre le sbarre

Il percorso è pratico. C’è un progetto settimanale, con orari e responsabilità. Un referente cambia a rotazione. I volontari aiutano quando possibile, senza invadere. La Polizia Penitenziaria vigila, come è giusto. Si allestisce un angolo “curva” con lavori del laboratorio: cartoncini arancioneroverdi, un piccolo calendario, un quaderno per le firme. Non ci sono dati pubblici sul numero degli iscritti, e non è importante. Conta la costanza. Conta che la visione di una partita segua sempre un patto sociale.

Gli incontri non sono solo match-day. A volte si sfogliano giornali sportivi. Si commentano le scelte del mister. Si parla anche di lavoro, di corsi, di famiglie. “Quando parte l’inno, mi sembra di essere in città”, dicono in molti secondo chi lavora in istituto. Alcune iniziative, come l’idea di uno striscione artigianale o di una lettera collettiva ai tifosi del Penzo, si faranno solo se le regole interne lo permetteranno: al momento non c’è conferma.

Cosa cambia per chi partecipa

La differenza è misurabile e umana. Gli operatori notano più puntualità, meno tensioni nei corridoi nei giorni di partita. Studi europei su sport e inclusione sociale in carcere collegano attività strutturate a minori infrazioni disciplinari e a un miglior benessere emotivo. Anche senza percentuali definite per il contesto lagunare, la direzione del vento è chiara. La passione ordina il tempo, allena la pazienza, costruisce un lessico condiviso. Sbuca persino la voglia di informarsi: calendari, classifiche, storie del club. La memoria diventa esercizio, la curiosità diventa ponte.

C’è poi il tema della riabilitazione. Sentirsi parte di una comunità aperta, anche da lontano, prepara il rientro. Un coro imparato oggi può diventare un saluto domani, davanti allo stadio o in un bar, senza spiegazioni imbarazzate. Non è retorica: è esperienza osservata in molti istituti dove sport e cultura hanno creato abitudini sane. Il carcere lagunare fa la sua parte con ciò che ha: tempo, regole, relazioni.

La città, intanto, continua a scorrere. Barche lente, acqua che torna e va. Al Penzo il vento cambia direzione in un attimo. Qui dentro, lo stesso vento spinge più piano, ma spinge. Forse il cuore di tutto sta in una domanda semplice: quanto vale cantare lo stesso coro, da due rive diverse della stessa laguna?